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Dall’inserto Emilia Romagna del quotidiano <Unità> del 9 novembre 2003, pag. V

 LIBRINTORNO Thriller petroniano


Stefano Tassinari

"Le note di copertina di un libro, si sa, sono sempre un po’ esagerate rispetto al suo reale contenuto, e talvolta risultano addirittura fuorvianti. E’ anche il caso di quelle che presentano il bel romanzo di Marco Bettini, Color sangue, la cui trama è forzatamente ristretta nell’immagine fin troppo scontata di “una caccia a un assassino inafferrabile, una corsa contro il tempo nei bassifondi di una città che sta per prendere fuoco”. L’intento è chiarissimo: promuovere “il romanzo rivelazione di un nuovo talento del thriller” come un classico libro di genere americano dal successo garantito, scandito dai tempi cinematografici e pieno di inseguimenti, sparatorie e violenze di ogni tipo.

In “Color sangue”, chiariamolo subito, tali ingredienti si riscontrano più o meno tutti, ma di sicuro non esauriscono un romanzo giocato su diversi piani (a partire dalla contaminazione tra i generi) e caratterizzato anche da riferimenti letterari molto europei. Marco Bettini all’inizio cerca di prenderci per le viscere (nel senso letterale del termine), per poi abbandonare in fretta la dimensione horror e cominciare un percorso narrativo meno ad effetto, ma certamente più solido e avvincente.

In una Bologna molto riconoscibile e mai nominata, attraversata dai prodromi di un conflitto etnico che preoccupa tutte le istituzioni, un giovane cronista dell’ultra-reazionario quotidiano “La voce della libertà”  viene incaricato di seguire la storia dell’efferato omicidio di un ragazzo africano, tossicodipendente e forse spacciatore.

Per il giornalista è l’occasione buona per abbandonare il proprio posto di culo di pietra al desk e tornare a scrivere, anche se gli costerà qualcosa in termini etici. Marco – questo è il suo nome – appare scafato e sufficientemente opportunista per svolgere al meglio il compito assegnatogli, tant’è che nel giro di poco tempo, avvalendosi anche delle soffiate di un amico poliziotto, riesce non solo a intuire che cosa si nasconda dietro l’assassinio del giovane (il primo di una lunga serie), ma anche a delineare, a proprio rischio e pericolo, l’ambiente dei reietti e a denunciare qualche scandalo.

Con un taglio da crociata anticomunista – in applicazione della linea del giornale – Marco racconta una città tirata per i capelli, piuttosto distante dalla Bologna reale, ma coincidente con quella immaginata dai lettori abituali del suo quotidiano, gli stessi che, barricati dentro i palazzi del centro storico e le ville sui colli, credono di vivere nel Bronx, ovviamente per colpa dei “rossi” che hanno regalato la città ai “negri”.

Questa idea di città ad uso e consumo di un certo ceto sociale è resa molto bene, così come lo è la ricostruzione, anche in chiave psicologica, del personaggio di Marco, il quale, nello sviluppo di una storia di cui non possiamo dirvi niente, si dibatte tra atteggiamenti buonisti e totale mancanza di scrupoli, affetti e tradimenti, spavalderie e drammatiche insicurezze.

In realtà, l’intero romanzo è intriso di un’ambiguità che, per Bettini, sembra essere l’aspetto dominante della nostra attuale dimensione sociale, al punto da portarla fino alle estreme conseguenze.

Un romanzo pieno di spunti, segnato da una giusta dose di imprevedibilità e molto ben confezionato, anche se in certi punti in modo eccessivo, a scapito di una spontaneità espressiva che, come nel caso delle pagine sulla trattativa sindacale interna al giornale, aggiunge quegli elementi di ironia e di realismo un po’ troppo “limati” in altre parti del libro.