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Dal mensile Giudizio Universale del giugno 2007
L'umile arte del
delitto
Peppino Ortoleva
Il poliziesco richiede a chi lo scrive una buona dose di umiltà. L'umiltà, prima di
tutto, di frequentare un genere da sempre ritenuto “di consumo”, anzi il
genere di consumo per eccellenza e di dedicare attenzione al meccanismo
oltre e spesso più che ai piaceri della psicologia e a quelli della
forma. A volte poi ci si è accorti che chi lo coltivava raggiungeva
nello stile e nel racconto livelli di qualità alta o altissima, ma chi
scrive gialli per vincere il Nobel raramente lo ottiene, e praticamente
mai produce una buona storia.
L'umiltà, soprattutto, di calare le proprie storie nel concreto dei
paesaggi quotidiani che i suoi lettori attraversano e calpestano
quotidianamente, e ancor di più i poli estremi tra i quali si colloca la
vita urbana: deve accettare la fatica, il rischio e il disgusto che
porta con sé il calarsi nei bassifondi (e il buon giallista non ne
scrive se non li ha visti, anzi se non li ha attraversati), e deve
sopportare di buon grado le porte in faccia e le umiliazioni inevitabili
per chi vuole introdursi negli ambienti esclusivi e nelle reti di
potere. E l'umiltà di affidare i propri enigmi a figure di detective che
si possano riconoscere e un po' amare, senza però diventare invadenti:
che siano il perenne comprimario di storie dove i protagonisti veri sono
sempre altri, vittime e assassini, corrotti e corruttori, dark lady e
faccendieri.
Il buon giallista deve lavorare molto, per costruire una buona storia e
per giocare con il lettore, conducendolo per mano come fa il bravo
narratore, ma anche giocando con lui, per dargli la possibilità
d'indovinare e insieme per rendergliela impervia, per farlo interagire
con la storia oltre che per indurre in lui quella “sospensione
volontaria dell'incredulità” che è alla base del piacere di chi legge
narrativa. La prima dichiarazione dell'umiltà del poliziesco la fece
proprio Poe, nel racconto che fondò il genere: quando scrisse che la sua
logica la si capiva meglio con la semplice dama che con gli
aristocratici scacchi.
Uno dei motivi per cui il poliziesco italiano, nonostante la
proliferazione quantitativa, non raggiunge quasi mai livelli accettabili
di qualità sta proprio nella generale mancanza di umiltà, propria di un
piccolo paese con una piccola editoria, dove basta vendere qualche
migliaio di copie per diventare un “caso letterario”, dove un Lucarelli
diventa una potenza dopo due-tre prove appena discrete, e quasi tutti i
giallisti si sentono in dovere di costruire figure di detective tanto
presuntuosamente eroiche o (retorica oggi corrente) anti-eroiche quanto
in realtà tutte uguali.
Che Marco Bettini sia un autore diverso, e nettamente superiore alla
media non solo nazionale, lo si vede già dal come è tratteggiato il suo
poliziotto, Paolo Mormino, siciliano trasferito in Emilia, deciso senza
essere un super-duro, proclive storia dopo storia a metterci un po' di
sé ma senza che ci venga ammannito il serial delle sue vicende coniugali
o extra. Uno che capisce tante cose ma prende normali cantonate, perché
la trama vera dei poteri riesce sempre a capirla solo in parte, come
tutti inclusi i potenti. Anche le sue analisi degli ambienti non sono
mai troppo condizionate dai luoghi comuni giornalistici, perché Bettini
si documenta sempre direttamente, e perché preferisce parlare di Bologna
o di Rimini con precisione ma senza nominarle, piuttosto che fare
l'opposto alla Dazieri o costruire presuntuosamente una Macondo come fa
Camilleri.
Mai più la verità, un giallo che non “racconta” san Patrignano ma aiuta
a capirne il senso e i segreti, non è forse il più bello fra i tre
scritti finora da Bettini (preferisco personalmente Lei è il mio
peccato) ma ha i pregi principali di questo scrittore: uno stile senza
sbavature ma curato, una storia tesa e complessa, una capacità rara di
cogliere diversi punti di vista, con una pietas di fondo verso tutti.
C'è solo da sperare che la serie continui, senza che il suo autore o il
suo detective si montino la testa.
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