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Dal
Corriere di Bologna del 29 aprile 2007
GIALLO BOLOGNA
Delitti in
una comunità per tossicodipendenti
Luciana Cavina
Accade a Bologna: scrittori che si
incontrano in ambienti familiari, si scambiano i libri che scrivono e si
passano pure i consigli. “Ora — riflette Carlo Lucarelli, uno dei più
celebri del nutrito gruppo che vive sotto le Due Torri — hanno
cominciato a fare così anche in altre città”. È il modo più piacevole
per condividere, ed alimentare, la creatività. Mercoledì prossimo,
Lucarelli (alla Feltrinelli di piazza Ravegnana, ore 18), accompagnerà
Marco Bettini nella presentazione del suo ultimo romanzo «Mai più la
verità» (ed. Piemme 400 pagg. 18.90 euro), thriller appassionante e
denso di microstorie che affondano negli angoli oscuri di una comunità
per tossicodipendenti che assomiglia molto a San Patrignano. L’ambiente,
è quello della pianura padana, le sue nebbie, e le sue paludi.
«Marco — ricorda Lucarelli — è stato il primo, negli anni ’90, in veste
di giornalista, a parlare del gruppo di scrittori bolognesi di noir».
Finché, con i primi successi «Color sangue» e «Lei è il mio peccato»,
ambientati a Bologna, è diventato uno di loro. Con «Mai più la verità»
Bettini si sposta in Romagna, sua terra di origine. che «omaggia» anche
attraverso alcune espressioni dialettali. E torna, come in un prequel,
il «suo» poliziotto, Paolo Mormino, qui alla sua prima inchiesta che
parte da un suicidio e si infittisce dopo il ritrovamento di un
cadavere. Entrambi i casi sono legati alla comunità «Mai più», diretta
da Ernesto Magnani, personalità complessa che ricorda molto Vincenzo
Muccioli, e ai metodi brutali, utilizzati nella struttura, che portano
alla mente le polemiche che tra gli anni 80 e 90 travolsero San
Patrignano.
“Ho tratto le mie storie da migliaia di pagine di atti giudiziari —
spiega Bettini, che tradisce così la sua lunga esperienza da cronista —
e dai racconti di ex-tossicodipendenti, ma la mia è comunque pura
finzione. Mi ha colpito la vicenda di un uomo che ha un’idea
straordinaria, la mette in pratica, e viene travolto da un successo
inatteso. Al punto che il confine tra il bene e il male, tra il fine e i
mezzi per raggiungerlo, per sfumare e confondersi”.
Il finale, scioccante, però, non dà risposte.
“Non mi interessa elargire risposte — ammette Bettini — Io cerco di
inchiodare il lettore alla pagina, di sollecitare il dubbio, non certo
di scioglierlo. I miei personaggi, infatti, sono tutti ambivalenti. Sta
al lettore trarre le proprie conclusioni. E, soprattutto , detesto la
consolazione: ogni finale consolatorio, infatti, serve a nascondere la
verità, a rifiutarla. Anche, se, come suggerisce il gioco di parole del
titolo del romanzo, a volte, la verità, si preferirebbe non conoscerla
mai”.
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