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dal
quotidiano <Corriere della Sera> del 3 novembre 2003, pagina 25
In «Color
sangue» cronaca nera e capacità d'invenzione, come in Macchiavelli
e Lucarelli
Maestri del giallo alla scuola di Bologna
Le
atmosfere noir di Bettini confermano il primato di una tradizione
Cesare Medail
La cronaca nera non è sufficiente
a spiegare perché Bologna sia divenuta una sorta di capitale del «nero
italiano»: quella miscela di giallo, noir e thriller che negli ultimi
anni si è imposta come un vero e proprio filone letterario capace di
raccontare la società che cambia, con relativa scia di traumi,
alienazione, crimine, attraverso storie saldamente ancorate al
territorio. Anche Color sangue, secondo romanzo di Marco Bettini
(nel '94 aveva pubblicato da Bollati Boringhieri Pentito, una storia
di mafia) rispecchia una realtà cittadina, appunto quella bolognese,
nelle sue tensioni e contraddizioni più inattese e drammatiche. Ma
sarebbe superficiale ridurre la centralità della scuola emiliana
(provincia e capoluogo si sono alimentati a vicenda in quanto a spunti
creativi e fonti d'ispirazione) nel panorama del «nero italiano» a una
questione di mutamenti sociali: dallo stereotipo della Bologna prospera,
colta e tranquilla all'ombra del buongoverno rosso allo stravolgimento
portato prima dalla contestazione del '77, poi dalla strage della
stazione e infine dalla striscia di sangue che unisce i delitti del Dams
all'uccisione di Marco Biagi, passando dalla Uno Bianca e dalla banda
delle Coop. Se è vero che l'irrompere del crimine, dei serial killer e
dei rackets può fornire la materia prima (come fu la violenza delle
metropoli americane per Raymond Chandler e Dashiell Hammett), è
altrettanto probabile che senza un clima culturale in pieno fervore il
fenomeno del noir emiliano-bolognese non sarebbe mai esploso. Se è vero,
infatti, che nel romanzo Falange armata (Hobby & Work, 1991)
Carlo Lucarelli anticipava la soluzione del caso «Uno bianca» indicando
come colpevoli dei poliziotti, è altrettanto certo che tale intuizione
non arrivò per via deduttiva, ma grazie a quella capacità d'immaginare
che sta a monte della buona letteratura. A Bologna il terreno era
favorevole, perché da molti anni la città è all'avanguardia nella
ricerca creativa e nella contaminazione dei generi artistici, favorita
da istituzioni come il Dams. Qui sono fioriti il fumetto d'avanguardia
(da Pazienza a Mattotti, da Scozzari a Carpinteri, dai Valvoline ai
Cannibali), la ricerca di nuovi stili letterari (da Daniele Brolli a
Valerio Evangelisti), la musica di Guccini e così via. Prima che
capitale del noir, insomma, Bologna è stata capitale dell'immaginazione:
così la cronaca nera fu rimpastata dai giallisti con gli ingredienti
creativi senza i quali sarebbe puro resoconto. Il terreno era ben arato
dal veterano Loriano Macchiavelli, il cui poliziotto Antonio Sarti si
muove in una Bologna popolare anteriore al boom (Macchiavelli ha scritto
anche romanzi a quattro mani con Guccini): poi vennero Lucarelli, il
romagnolo Baldini, Danila Comastri Montanari, Pino Cacucci, il sardo
trapiantato Marcello Fois, il vigile urbano Lorenzo Marzaduri, il
poliziotto-scrittore Maurizio Matrone e ora Marco Bettini, giornalista e
coautore dei testi di programmi Rai come Misteri in Blu, Blu Notte,
Fuori Pericolo. Anche Bettini, oltre alle atmosfere della cronaca nera,
ha respirato il clima del Dams, che frequentò fra il 1978 e il 1983,
proprio l'anno in cui l'istituto dove insegna Umberto Eco fu sconvolto
da tre delitti; e il nuovo romanzo ben si inserisce nel filone
bolognese, perché talento veristico e immaginazione creativa si fondono
alla perfezione nel raccontare due realtà cittadine: quella sotterranea,
cruda e disperata, e quella dei palazzi anticrimine, cinica e ambigua.
Sulla scia di un delitto, seguendo ciascuno una propria logica, il
giornalista Marco Cambi e due inquirenti, il capo della scientifica
Paolo Mormino e il pluridecorato capitano dei carabinieri Pietro Cau
scendono nelle viscere della città, che paiono altrettanti gironi
infernali: dai sotterranei del Policlinico, mefitici e labirintici, dove
una brulicante corte dei miracoli spaccia droga e vive d'espedienti,
alle fabbriche dismesse dove sopravvive un'immigrazione dolente e
rabbiosa governata da ras sanguinari; dai seminterrati dove si
ammucchiano le «puttane nere», schiave del loro stregone, fino alla
grotta dei pipistrelli, metaforico buco nero che pare inghiottire miasmi
e cancrene di una società in dissoluzione. E' proprio la discesa in
quelle bolge a rivelare la bravura di Bettini, il cui realismo si unisce
alla capacità di rielaborare un ordinario squallore in atmosfere
sulfuree e deformi, che coinvolgono il lettore in una sorta di incubo ad
occhi aperti. La trama corre sui ritmi veloci del thriller, è fitta di
colpi di scena ma lascia anche trasparire un'attenzione psicologica che
affiora in una storia parallela di sofferenza e malattia, doloroso
contrappunto alla vicenda pubblica dei delitti a catena, dell'inchiesta
giudiziaria, del traffico di droga, della rivolta degli immigrati
duramente repressa, degli attentati naziskin e delle manipolazioni
giornalistiche. L'abilità di Bettini nell'organizzare il gioco
psicologico, però, culmina nell'obliqua partita a scacchi tra inquirenti
che sembrano perseguire intenti diversi e contrapposti, ma dove alla
fine prevale l'ottica del procuratore capo Matteuzzi, cinicamente
riassunta nell'affermazione: «Il nostro compito non è trovare la verità,
ma garantire il controllo. Individuare i colpevoli è incidentale. Non è
lo scopo». Una frase che da sola invita alla lettura di questo romanzo
rivelazione, che ora attende conferme.
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