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dal
quotidiano <Corriere della Sera> del 6 maggio 2007
Paure, omertà e silenzi
nella comunità di recupero
per i tossicodipendenti
Il racconto di
Bettini è ispirato a fatti realmente accaduti
Severino Colombo
Il termine «pialassa» non esiste
sul vocabolario, viene dal dialetto veneto e indica un territorio che
non è ancora mare e non è più terra; una zona di fango, palude e
acquitrino insieme; con l'alta marea le acque ristagnano, quando invece
è bassa affiorano argini e canali: «questo quotidiano ricambio di acque
aveva preso il nome di piglia e lascia, piia e lassa, pialassa». Nel
caso specifico di Mai più la verità, nuovo thriller del bolognese Marco
Bettini, la pialassa è quella della Baiona, nei dintorni di Ravenna. Il
romanzo, ambientato nella metà degli anni Novanta, parte da un caso di
suicidio in una comunità di recupero per tossicodipendenti, poi racconta
di metodi poco ortodossi, che sono parte del percorso di recupero, e di
leggi non scritte di questa «enclave»; parla di paure, omertà e silenzi;
emerge, inquietante, il profilo del fondatore, padre-padrone. In tutto
questo, il luogo — la pialassa — ha un ruolo centrale. Perché qui viene
ritrovato il corpo di un ragazzo sulla cui morte indaga il giovane
vicecommissario Paolo Mormino, qui al suo primo incarico ma dai lettori
già apprezzato in altre avventure ( Color sangue e Lei è il mio
peccato). Perché qui è il teatro di una serrata caccia all'uomo che
svela, al di là delle capacità narrative, la volontà dell'autore di
entrare nell'anima di un territorio e di chi ci vive. Perché, ancora,
quel luogo è una perfetta metafora della questione che più tormenta
Mormino: la verità dei fatti che senza prove non esiste («la cosa
peggiore che può capitare a un poliziotto è comprendere benissimo ogni
circostanza, e chi ha fatto cosa, senza poter agire di conseguenza»).
Come dire: si piglia una cosa ma se ne lascia andare un'altra. In questa
zona intermedia, tutti — chi indaga, chi nasconde, chi attacca — hanno
una parte di ragione nel difendere una parte di verità. L'intero romanzo
è, a suo modo, una pialassa, un racconto che non ha il diritto di essere
una storia vera ma neppure il dovere di restare solo un giallo.
«Questo libro è opera di fantasia», avverte Bettini, anche se la
finzione ricalca quasi fedelmente la cronaca di quanto accadeva in
quegli anni in una nota comunità; «personaggi e situazioni sono
invenzioni» eppure somigliano così tanto a volti e fatti noti;
«qualsiasi analogia è assolutamente casuale» ma anche tanto dolorosa da
far sì che molti di quelli che hanno contribuito con ricordi e
testimonianze alla stesura del libro non vogliano essere pubblicamente
nominati.
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