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dai
quotidiani il Resto del Carlino, La Nazione, il Giorno del 23 dicembre 2003, pagina
38
Gialli
italiani
Marco Bettini indaga sui misteri della psiche
Non aprite quelle porte
Carlo Donati
Se si entra dalla porta sbagliata la città più pacifica può diventare un
inferno. E' così nel romanzo di Marco Bettini, "Color sangue", appena
pubblicato da Rizzoli. Un debutto nel thriller di uno scrittore
bolognese che tuttavia non è un debuttante (di Bettini ricordiamo fra
l'altro "Pentito. Una storia di mafia", 1994. La vicenda si avvia con un
colpo allo stomaco, un assassinio rituale, macabro ed enigmatico quanto
basta per innescare le quasi trecentocinquanta pagine successive. La
vittima è un giovane nordafricano. La sua origine, le circostanze del
delitto, l'arresto di altri tre nordafricani accendono forti tensioni.
La comunità musulmana grida al complotto. Le manifestazioni si
susseguono e il pericolo cresce mentre è del tutto evidente che i tre
accusati sono innocenti.
Bisogna trovare il vero colpevole e frenare quella che rischia di
diventare una rivolta a sfondo razziale. L'inchiesta è un classico
pasticcio "politico". In apparente collaborazione, in realtà in
concorrenza, indagano un capitano dei carabinieri e il dirigente della
polizia scientifica. Più il terzo incomodo, un cronista catapultato in
prima pagina non perché siano state riconosciute le sue qualità ma in
seguito ai giochi di potere che dominano la redazione del suo giornale.
Comunque un colpevole viene individuato. E' un naziskin.
Extracomunitario il morto, noto razzista il sospettato. Tutto sembra
tornare. Ma non siamo nemmeno a metà del libro, perciò ci deve essere e
c'è dell'altro, qualche cosa di più raffinato, una malvagità più logica
e sottile di quella di un giovane esaltato e violento. Bettini fa
recitare singolarmente i tre protagonisti, il carabiniere, il poliziotto
e il giornalista. Li muove in scene prima lontane e poi vicine, li fa
incontrare e perdere e poi di nuovo incontrare, accomunati dall'indagine
ma anche dal loro personale carico di guai. Comincia anche la discesa
negli inferi della città tra spacciatori, tossici, prostitute, stregoni
e psicopatici. In questo caso le porte sbagliate dalle quali il
cittadino per bene deve stare alla larga sono tre: una ex miniera di
gesso che sprofonda nell'oscurità, gli anfratti rugginosi di un
complesso industriale abbandonato e i sotterranei che collegano le varie
cliniche di un grande ospedale. Bettini ha visto i film giusti e letto i
libri giusti. Amministra sangue e violenza in dosi strettamente
indispensabili, indaga sui buchi neri della psiche con mano lieve, tiene
a bada gli stereotipi e i manierismi che nel thriller tendono sempre a
irrompere da ogni parte e infine governa con sicurezza la macchina
narrativa fino all'ultimo colpo di scena. La fabbrica, l'ospedale, la
grande cava di gesso sono alcuni elementi di un paesaggio che potrebbe
ricordare Bologna. Ma non è questo che conta. Conta piuttosto che sia
una scena italiana, e tutti sappiamo quanto sia stato difficile
sdoganare i nostri borghi (da una presunta paciosa provincialità) e
farli diventare sfondi verosimili e coerenti per generi letterari col
marchio straniero. Dunque "Color sangue" è un buon giallo italiano e
insieme un nuovo prodotto di quella "nouvelle vague" del brivido di cui
Bologna è ormai diventata una capitale
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