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dal quotidiano l'Adige dell'11 aprile 2007

Incatenati a una speranza
Droga, thriller nel mondo delle comunità di recupero
 

Giorgia Cardini

C 'è una terra, dove il mare s'insinua e si ritira, che in Romagna chiamano «pialassa». Una terra paludosa, che accoglie traffici loschi, amori clandestini e cadaveri abbandonati. Una Stigia che lambisce una comunità di recupero per tossicodipendenti, apparentemente pulita, governata dalla solidarietà e dalla bontà che hanno reso famoso il suo fondatore, Ernesto Magnani. Un uomo per cui «ogni tossico è un progetto di salvezza, ogni fallimento una tragedia». Ma il confine tra la palude e i campi coltivati è indistinto. A far affiorare il fango nascosto saranno prima un suicidio e poi un omicidio. Dove il male e il bene si fondono, senza che a volte sia possibile giudicare cosa sia l'uno e cosa l'altro, il giornalista e scrittore Marco Bettini ha ambientato il suo nuovo lavoro «Mai più la verità» (edizioni Piemme, 18,90 euro). Dire che si tratti di un thriller come i precedenti «Color sangue» e «Lei è il mio peccato», ambientati in una Bologna sorprendentemente livida e pericolosa, sarebbe riduttivo. Questo è un lavoro che sonda i meccanismi con cui le istituzioni pubbliche e tutta la società hanno scaricato per molti anni sulle spalle, a volte inadeguate, di soggetti privati un problema di cui tutti dovrebbero farsi carico: quello del recupero dei tossicodipendenti. Ed è un lavoro coraggioso, perché parla dei metodi coercitivi e violenti applicati all'interno di alcune comunità per raggiungere il risultato del recupero, con o senza la connivenza dei massimi responsabili: metodi che sono stati volutamente ignorati all'esterno di esse, almeno per molti anni. Leggendo la storia raccontata in «Mai più la verità» non si può fare a meno di pensare ai drammi accaduti tra gli anni '80 e '90 a San Patrignano. Durante le indagini condotte dal giovane Paolo Mormino (il poliziotto già protagonista dei precedenti romanzi di Bettini), si accenna a un processo per violenze conclusosi con l'assoluzione di Magnani (nel 1984 Muccioli fu accusato di aver legato al letto con le catene ospiti in crisi di astinenza); l'omicidio di cui si cercano i responsabili nel romanzo, ricorda molto da vicino quello scoperto nella porcilaia della comunità nel 1989 (Muccioli fu condannato a otto mesi in appello per favoreggiamento, per aver coperto gli assassini). E che dire del sistema che tratta i drogati come esseri incapaci di intendere e di volere? La separazione dei fidanzati, il divieto di fumare, di concedersi il pur minimo piacere, la rigidissima disciplina, la riprogrammazione delle menti erano e sono ancora realtà a noi molto vicine. Risale a un paio di mesi fa, ad esempio, la «fuga» di una trentina di giovani dalla comunità di San Vito di Pergine. O, leggendo l'evento con altri occhi, il loro «allontamento» per la contravvenzione delle regole interne (introduzione di sigarette o visite furtive nel frigorifero di cucina, per l'appunto). La stessa figura del patron di «Mai più», Ernesto Magnani, il suo portamento e il suo modo di parlare, rammentano quella del massimo rappresentante italiano della guerra alla droga. Ma Bettini rifiuta la scabrosa identificazione: «Quello che posso dire - spiega l'autore - è che per scrivere questo libro ho letto quattromila pagine di atti giudiziari relativi a procedimenti aperti per episodi avvenuti in comunità terapeutiche e che ho ascoltato molte persone uscite dalle stesse comunità e dalla droga. Ma facciamo pure finta che io abbia scritto i retroscena di una storia vera: li potremmo mai leggere sui giornali? E se fosse la verità, siamo sicuri che qualcuno vorrebbe conoscerla?». Una domanda retorica, evidentemente: i giornali per molti anni hanno sostenuto acriticamente il lavoro svolto nelle comunità terapeutiche, senza distinzione alcuna. Dunque, c'è molto di veritiero nel romanzo di Bettini, che denuncia: «Una comunità che accoglie più di mille persone in difficoltà non può che diventare una galera. Una galera privata, al cui funzionamento hanno contribuito politici e magistrati, che ad un certo punto avevano iniziato a mandare in comunità anche minorenni che non avevano mai avuto problemi di droga». Con quali esiti, si può immaginare. La costruzione di una trama inventata intorno ad una realtà sociale forte l'avevamo già vista in «Color sangue» e «Lei è il mio peccato»: nel primo romanzo, l'emarginazione causata dall'immigrazione clandestina, l'arruolamento di migliaia di disperati nella delinquenza di bassa leva, le deviazioni delle forze dell'ordine dal loro dovere; nel secondo gli intrecci tra le istituzioni e la massoneria, le devastazioni di un potere occulto che ha invaso come un cancro settori fondamentali della società. In «Mai più» il pugno nello stomaco è persino più forte perché riguarda le realtà della porta accanto. In questa «pialassa» morale, la speranza di salvezza non c'è neppure per il fondatore della comunità, Ernesto Magnani: «M'interessava - conclude l'autore - raccontare la storia di un italiano travolto dal successo di un'idea pazzesca».