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dal quotidiano
L’Adige del 28 ottobre 2003, pagina 61
Quella città
«Color sangue»
Omicidi, tensioni razziali e
arrivismo
nel thriller-rivelazione di Marco Bettini
Giorgia Cardini
Scordatevi
Bologna: cancellate la città che avete frequentato per laurearvi, o
quella che conoscete come patria dei tortellini e del Motorshow;
dimenticate l´accento che fa sorridere, le vetrine piene di firme, i
locali alla moda, le mille osterie jazz. La città dei luoghi comuni ora
è «Color sangue»: a ridipingerla, lasciandola nell´anonimato ma senza
nasconderla troppo alla capacità di riconoscimento di chi l´ha
esplorata, è lo scrittore e saggista Marco Bettini (molto conosciuto a
Rovereto, dove ha vissuto e lavorato per lunghi anni prima di
trasferirsi a Bologna) in un thriller che tiene inchiodato il lettore
alle sue 328 pagine come uno spettatore alla poltrona di un cinema.
Edito da Rizzoli, questo romanzo esplora i bassifondi di una città di
provincia che già dalle prime pagine non ha nulla di rassicurante. È
Bologna, ma potrebbe essere Verona, Padova, forse anche Trento. Media
grandezza, una rivoluzione in corso dovuta all’arrivo, negli ultimi
dieci anni, di migliaia di disperati, in cerca di miglior vita. Uomini e
donne spesso finiti negli ingranaggi della delinquenza organizzata,
dello sfruttamento della prostituzione, del mercato della droga.
La storia ruota intorno a questo mondo di diseredati, alle sue tensioni
pronte ad esplodere, protagoniste delle pagine al pari di chi dà la
caccia all’abile assassino (o agli assassini) di un ragazzo arabo,
ritrovato, completamente sventrato, in una grotta artificiale alla
periferia della città, di cui nel libro vengono riportati con minuziosa
descrizione alcuni luoghi sconosciuti ai suoi stessi abitanti.
Tre le figure chiave del giallo, di cui non anticipiamo alcunché per
evitare di togliere anche solo un briciolo di suspense (che è tanta, ma
- a dispetto del titolo - fortunatamente poco sanguinolenta): un
giornalista frustrato e insicuro e il suo strano rapporto col fratello e
la cognata; un capitano dei carabinieri eroe della lotta alla mafia; il
capo della polizia scientifica.
«Il thriller - spiega Bettini - è uno straordinario veicolo per fare
viaggi in realtà che non si conoscono. Noi viviamo l´emarginazione
sociale solo attraverso le cronache dei giornali, ma facciamo fatica a
inserirla nel nostro immaginario. Così tanta fatica che neppure un mio
amico giornalista, che ha lavorato per molti anni a Bologna, credeva che
una delle situazioni pericolose e paradossali descritte nel libro (i
sotterranei del policlinico) fosse reale. Invece lo era, eccome. Io
stesso, quando andai a visitare la fabbrica abbandonata di cui scrivo,
fui colpito dal fatto che vi abitavano tre comunità di emarginati
(arabi, neri e italiani) in guerra tra loro. Tutto ciò contrasta col
buonismo di sinistra e ci dice invece che, se guardiamo in faccia la
realtà, forse siamo capaci di fare qualcosa di meglio».
Il giallo ha tempi cinematografici, verrebbe da dire che è una
sceneggiatura quasi pronta per essere trasferita su grande schermo:
«Credo che chi fa letteratura oggi debba per forza fare cinema. E
d´altra parte il mio pensiero fisso, nei dieci mesi in cui ho messo nero
su bianco un lavoro preparatorio che mi ha impegnato per circa due anni
era uno solo: tenere il lettore inchiodato alle pagine, fino al finale».
E ciò è alla base di un patto non scritto tra autore e lettore: «È un
thriller, e come tale tutto deve tornare. Non sopporto i libri di 400
pagine che hanno finali incongrui a quanto scritto nelle prime 399: sono
delle prese in giro».
Quanto alla scelta dei luoghi, non c´è nulla di casuale: «Una delle
forti spinte a scrivere mi venne, nel 1983, dall´omicidio di tre persone
che erano legate al Dams, ma non si conoscevano. Una di queste fu
ritrovata, morta, nella grotta dove ambiento il rinvenimento del primo
cadavere. Il killer non fu mai trovato, ma ho letto tutte le carte
dell´inchiesta: secondo me, la soluzione di "Color sangue" e quella
reale si assomigliano molto. Inoltre, tante situazioni provengono da
spunti di cronaca, rielaborati e messi insieme a formare qualcosa di
compiuto».
Ma nel libro non ci sono veri eroi: «È vero - conclude Bettini - perché
racconto ambienti di lavoro in modo tristemente realistico. E quello
italiano è un modo di relazionarsi con gli altri che preferisce la
complicità alla capacità».
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