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dal quotidiano Trentino del 27 settembre, 2005
Quel
Montalbano alla trentina
Carlo Martinelli
Da bravi trentini impossibile non
sobbalzare, a pagina dieci di <Lei è il mio peccato>, robusto thriller
fresco di stampa, firmato da un sempre più convinto e convincente Marco
Bettini (giornalista trentino da anni trapiantato in quel di Bologna,
dove ha lasciato per strada anche il suo vero cognome, Girella) e
pubblicato da Rizzoli (338 pagine a 16,50 euro). Sì, perché quando Paolo
Mormino, capo della Omicidi di una città mai nominata e che pure ci
piace pensare come Bologna, chiede al suo sovrintendente di dirgli chi è
il morto ammazzato a colpi di pistola nel parco di una clinica
psichiatrica privata, si sente rispondere: <Gianfranco Marozzi,
trentasei anni, agente immobiliare. L’è scrit nei documenti che ‘l g’aveva
‘n tasca>.
Sì, avete letto bene: il sovrintendente Gino Comper, braccio destro di
Mormino, è un trentino. E alterna il dialetto trentino all’italiano, per
tutto il libro. E’ la prima sorpresa – dopo il delitto, ma in un giallo
che si rispetti il delitto prima arriva meglio è – di questo romanzone
che è la seconda puntata di una serie iniziata nel 2003 con <Color
sangue> e destinata – scommettiamo? – a proseguire, eccome.
Curiosa, semmai, la strada che Bettini / Girella ha imboccato. Tanto il
suo romanzo d’esordio pareva voler confermare quella voglia di
raccontare con gialli, thriller o noir che dir si voglia, il mondo
difficile che ci passa accanto e spesso ci attraversa (e l’aveva fatto,
ad esempio, raccontando in maniera superba l’allucinante realtà delle
fabbriche dismesse dove colonie di extracomunitari clandestini vivono in
autentici gironi danteschi) tanto, con questo nuovo romanzo, vira su
sentieri più tradizionali e più consueti. Più di genere, verrebbe da
dire, senza che questo significhi arretramento su alcunché.
In realtà, aderendo ad un thriller dalle movenze e dalle situazioni più
classiche, il nostro non rinuncia certo a raccontare uno spaccato della
realtà che, ancora una volta, ci sta attorno e spesso ci attraversa.
Certo, qui navighiamo tra immobiliaristi, cliniche per dissociati
danarosi, logge massoniche, incontri a luce rossa immancabilmente
ripresi da telecamere nascoste, cadaveri trovati ora, appunto, nei
pressi di una clinica, ora in un cimitero monumentale.
Tutto questo Bettini racconta con sicurezza crescente. Ed è palpabile,
in una scrittura asciutta e controllata – da narratore popolare che sa
bene quale deve essere la linea di condotta di chi scrive non per
rivelare verità o per lanciare messaggi, ma per divertire e catturare il
lettore – il piacere che vuole comunicare a chi prende il libro in mano,
comincia a scorrerlo ...e non si ferma tanto facilmente.
Ma non disturba affatto questa rinuncia ad una dimensione più sociale,
anche se qui spunta la realtà degli immigrati rumeni, sideralmente
lontana da quella dell’universo arabo raccontata nella prima inchiesta
di Mormino, investigatore che non si fa dimenticare, nella sua
assolutamente contemporanea difficoltà nell’adattarsi ad un mondo spesso
schifoso.
Ovviamente, nessuna indicazione su come vada a finire. Doverosa
l’avvertenza: nel primo romanzo Bettini aveva stupito con un folgorante
incipit. Qui – segno di maturità stilistica? – riserva i fuochi
d’artificio anche per il finale.
Beh, lo si è capito. Nel folto panorama dei giallisti italiani Marco
Bettini si è conquistato un posto non di seconda fila ed è entrato dalla
porta principale. Paolo Mormino è uno di casa. E il sovrintendente
Comper? Lo confessiamo: quell’intercalare trentino potrà incuriosire un
lettore toscano o romano o pugliese. Ma un trentino – è l’unico appunto
che ci sentiamo di rivolgere all’autore – si augura di cuore che, nella
prossima inchiesta, il sovrintendente Comper si decida a fare quello che
Mormino, nel bel mezzo di questa scottante inchiesta (quando non
torrida, anche per via di alcuni passaggi ad alto erotismo) quasi gli
urla: <Ma non puoi parlare in italiano?>. Però è un vero braccio destro
e nel venire a capo del rompicapo investigativo, la sua mano è decisiva.
Lo si può perdonare, anche quando passa dall’italiano al dialetto,
improvvisamente. Per sentenziare: <Con ‘na dona cossì perché nar a
putane?>.
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