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Il racconto
Lo scambio
Un giallo scandito dallo scorrere del tempo
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di
Marco Bettini
Il professor Giuliani guardò la luce del sole, fuori dalla finestra, e
poi tornò ad osservare il documento che teneva tra le dita. La banca gli
aveva spedito l’estratto conto. Era in attivo, anche se la cifra sul
foglio non riportava i soldi depositati. Il numero centoventi indicava i
minuti. Il professor Giuliani era in credito di due ore con la Banca del
Tempo. Aveva dato lezioni di italiano, arte e filosofia a persone
iscritte alla Banca. Si era anche prestato ad accompagnare due bambini a
scuola, a consegnare la spesa a domicilio a una signora di novant’anni,
a sbrigare piccole commissioni e a mettersi in fila agli sportelli del
comune per conto di gente impossibilitata a farlo.
Da quando era andato in pensione, a cinquantotto anni, Giuliani si era
iscritto alla Banca del Tempo e l’aveva usata per riempire giornate che
altrimenti gli sarebbero apparse terribilmente vuote. Se avesse potuto,
sarebbe rimasto a scuola. Ma la disgrazia, lui la chiamava così, lo
aveva costretto a lasciare. Due anni prima uno studente, prossimo alla
maturità, si era lanciato dalla finestra del terzo piano dopo
un’interrogazione di italiano. Il ragazzo, Rosario Aiello, era morto sul
colpo. Certo, aveva ragionato il professore, non basta un brutto voto a
giustificare un gesto così definitivo. Qualcosa di ben più grave doveva
averlo indotto a buttarsi. Del resto Giuliani si rivolgeva sempre con
grande rispetto agli studenti, anche ai meno volonterosi, e non dava mai
un voto inferiore al quattro per evitare inutili umiliazioni. Però, se
la maggior parte dei colleghi del professore si era rassegnata da tempo
a tollerare le esibizioni d’ignoranza dei ragazzi, Giuliani aveva
mantenuto lo stesso comportamento in trentadue lunghi anni di carriera.
Pretendeva applicazione, offriva competenza. Rifilava insufficienze a
chi non si impegnava, cercava di incoraggiare i più capaci. Semplice,
lineare, perfetto. Fino al giorno in cui Rosario scelse la classe di
Giuliani come trampolino per lanciarsi nel buio.
Dal momento in cui si era affacciato alla finestra e aveva visto il
corpo sfracellato sull’asfalto del campo di basket, il professore aveva
capito che la sua vita scolastica era finita. Né gli accertamenti della
magistratura, né la solidarietà degli studenti, testimoni
dell’irreprensibile comportamento di Giuliani, avrebbero mai cancellato
l’accaduto.
Era andato in pensione, e aveva trovato un altro modo di riempirsi le
giornate. Dedicava tempo agli altri, che adesso dovevano restituirgli
due ore. Poteva scegliere come occuparle nel menù della Banca. Gli
sarebbe servito aiuto in casa per piccoli lavori elettrici e idraulici,
per installare le tende, preparare una torta, cucire un bottone o
verniciare un armadio. Era negato per qualsiasi operazione manuale
quanto era dotato per le attività intellettuali. Però, per attenuare il
senso di vuoto che lo pervadeva, impermeabile al sole e al cielo
limpido, scorse nella lista della Banca la categoria <Cura della
persona> e, tra le voci previste, scelse <Spalla su cui piangere>. Aveva
voglia di qualcuno che lo ascoltasse con gentilezza.
Andò alla sede della Banca, depositò il suo assegno di due ore e
ricevette l’indirizzo della donna che si era offerta come consolatrice
degli afflitti. Si chiamava Sara Angelica, la vocazione risaltava anche
nel nome. Suonò il campanello, pervaso da un’onda di pacificazione, come
se l’effetto dell’incontro si fosse manifestato prima ancora di vedere
Sara. Gli aprì una donna bionda, sulla cinquantina, elegante, dal volto
piacevole, con un sorriso appena accennato, ma accogliente, misto a
un’espressione che Giuliani lesse di perplessità o forse di sorpresa.
<Mi scusi> disse timidamente <mi hanno dato il suo indirizzo alla Banca
del Tempo e…>
<Ma certo> allargò il viso la donna <si accomodi>.
Lei gli fece strada fino a un salotto con un divano e due poltrone di
pelle. Intorno, una libreria a sei ante, con i vetri, piena di volumi
disposti in doppia fila, che rassicurarono il professore. Anche se non
cercava consigli, ci teneva a parlare con una persona in grado di
capirlo. Si sedette su una poltrona senza togliersi il cappotto e cercò
di superare l’imbarazzo.
<Ecco, sono venuto per…>
<Lo so, mi hanno appena telefonato>, lo incoraggiò Sara.
<Lei vive sola?> divagò Giuliani guardandosi intorno.
<Sì> rispose asciutta Sara <Di cosa vuole parlare?>
<Be’, io… E’ difficile, ma… mi sento oppresso da un senso di vuoto. E’
come, come se un buco opprimente mi risucchiasse e io non… non potessi
sfuggirgli. Certi giorni non riesco a combinare niente, neanche ad
aprire un libro. Mi sono iscritto alla Banca del Tempo proprio per… fare
qualcosa. Ma…>
<Aiutare gli altri la aiuta> constatò la donna.
<Sì, in effetti….>. Il professore si fermò, incapace di proseguire.
<Ha idea del perché? Il vuoto, intendo. C’è un motivo?>
<Sì> si lanciò Giuliani <Non riesco ad accettare il fatto che uno
studente di diciotto anni, sa io facevo il professore in un liceo, si
sia ucciso dopo che l’ho interrogato. Aveva fatto scena muta e gli avevo
dato quattro, ma lui… lui è tornato verso il suo banco, ha preso la
rincorsa e si è gettato dalla finestra aperta>.
<Ora non insegna più> osservò la signora Angelica.
<No, io… non posso più farlo. In una scuola intendo. Cioè in una
situazione dove sono chiamato a valutare i ragazzi. E’ stata la mia vita
per trentadue anni, ma… non è più possibile, in quel modo>.
<Posso offrirle un tè?> chiese la donna.
<Volentieri, grazie> rispose Giuliani che si sentiva già meglio.
Sara si alzò, scomparve dietro una porta e tornò dopo cinque minuti con
un vassoio dove era appoggiata una teiera, due tazze piene, una
zuccheriera e biscotti secchi. Il professore prese la tazza che gli
venne offerta, ci versò due cucchiaini di zucchero e fece per addolcire
anche quello della signora Angelica, che lo fermò.
<Io lo prendo amaro, grazie>.
Giuliani si aggiustò sul divano e sorseggiò il tè. Lo trovò buonissimo,
e si predispose a gustare quel piccolo piacere come non gli succedeva da
tempo. Gli era bastato poco per attenuare lo scoramento. Una dolce
rilassatezza gli distese i muscoli e lo portò a inspirare profondamente.
<Lo sa> attaccò Sara quando lo vide chiudere gli occhi per assaporare il
tè <è strano che lei sia venuto da me in cerca di una spalla su cui
piangere>.
<Be’>, sorrise il professore <Lei ha dato la sua disponibilità alla
Banca>.
<Sì, ma mi sono offerta anche per l’assistenza infermieristica, per le
iniezioni, per tagliare i capelli, per accompagnare la gente al cinema e
a teatro, per dare lezioni di fotografia, fare decorazioni, preparare
dolci, cene, correggere bozze, aiutare chi non sa usare il computer,
consegnare fiori, stirare, verniciare e installare mensole, telai per le
tende, riparare piccoli elettrodomestici e fare le pulizie di primavera.
E’ incredibile la quantità di competenze di cui mi sono dotata pur di
incontrarla. L’avevo seguita e sapevo che si era iscritto alla Banca del
Tempo. Dovevo solo aspettare e prima o poi lei sarebbe arrivato. Ma
credevo per qualche altro motivo, non in cerca di una spalla su cui
piangere>.
<Non capisco> si stupì Giuliani, senza allarmarsi veramente.
<Vede> sussurrò la donna <Il mio cognome è Angelica, ma quando ero
sposata mi chiamavo Aiello. E ho passato gli ultimi due anni a pensare
all’uomo che ha ucciso mio figlio. Lei>.
<Ma non è vero, io…> Il professore si bloccò, un po’ per deglutire a
fatica e un po’ perché gli pareva che la situazione, anche se cominciava
a sembrargli assurda, contenesse una specie di matematica
ineluttabilità. Qualcosa a cui non ci si poteva sottrarre.
<Oh, le conosco le sue giustificazioni, professore. Le ho sentite dal
preside, dal magistrato, dai poliziotti, le ho lette sui giornali. Lei
non ha colpe. Invece io credo di sì. Ha la colpa di non aver pensato ad
altro che al suo lavoro, alle sue regole, alle sue certezze, di non
essersi scostato dai binari quando è incappato in un ragazzo diverso
dagli altri. Rosario era più fragile, più esposto, e a lei non
importava. Adesso le porterò via una parte del tempo che mio figlio non
ha potuto spendere. Non potrà rifletterci a lungo perché il veleno che
le ho messo nello zucchero completerà la sua azione nei prossimi dieci
minuti. Mentre una paralisi progressiva la ucciderà, avremo modo di
pensarci su insieme>.
<Lo sa> sorrise a fatica e in maniera del tutto incongrua Giuliani <Non
mi dispiace che finisca così. Dopo il gesto di Rosario ho pensato spesso
a cosa lo aveva attirato verso la finestra. Adesso lo so. La morte ci
spaventa perché, in un certo senso, ne abbiamo già avuto esperienza. La
morte è il vuoto che esisteva al nostro posto prima che nascessimo,
mentre scorreva la vita degli altri. La temiamo, ma se vivere diventa
troppo faticoso possiamo anche desiderarla. Rosario è scappato
dall’ignoto che non capiva, la vita degli altri, per rifugiarsi in una
dimensione che conosceva già, il nulla. Io me ne vado adesso, senza
rimpianti, ma lei è condannata a sentire scorrere la vita intorno a sé,
e a non capirne il senso>.
Il volto della donna si pietrificò in una smorfia di dolore, mentre il
professore, afflosciandosi, si rovesciava sul cappotto la tazza e le
poche gocce di tè rimaste. Lei avrebbe voluto tenerlo in vita un altro
po’, ma era tardi per pretendere spiegazioni.
<La prossima volta> si congedò Giuliani <usi una pistola>.
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