di
Marco Bettini
<Dottore, posso tenere la borsetta,
dottore? E' piccola, nuova, mi piace molto dottore. Posso?>.
Il dottor Stefano Pancani annuì sorridendo. Laura, la signora
Gentili, la paziente appunto, era migliorata molto dall'inizio della
terapia. Lo psichiatra si sforzò di osservare ogni particolare senza
lasciar trasparire lo sguardo professionale. Dalla gonna che copriva le
ginocchia alle unghie curate, — ora nascoste verso l'interno delle mani
che stringevano il manico della borsetta — alla maglia di cotone e più
su, fino al viso truccato e all'acconciatura dei capelli, l'aspetto
della paziente diceva meglio di ogni altra cosa quanto avesse
recuperato, lentamente, con fatica, il contatto con se stessa e con la
realtà.
Il primo giorno che l'aveva vista, nel suo studio come adesso,
Laura Gentili gli era subito apparsa una psicotica, affetta da sindrome
dissociativa grave. Sentiva voci persecutorie, insulti che irridevano il
suo aspetto da casalinga sciatta. Era ossessionata dalla voce di quell'altra,
che voleva rubarle il marito in realtà già fuggito da mesi. Ma Laura
sapeva che lui voleva tornare, era l'altra a impedirglielo. Minacciando,
piangendo, ricattando.
All'inizio la signora Gentili era andata da Pancani per
chiedere come fare a eliminare la rivale. Il dottore l'aveva aiutata con
cautela a capire che l'antagonista non esisteva affatto.
«Si accomodi — le
disse lo psichiatra, guardando ancora la minuscola borsetta e indicando
la poltrona davanti alla scrivania —.
Tenga pure la borsa, se le fa piacere».
«Grazie», annuì
con pudica ritrosia la donna.
Pancani trattenne un sospiro. Capiva cosa stava succedendo, quel
momento arrivava quasi sempre con malati di sesso femminile. Il momento
in cui la paziente trasformava lo psichiatra nell'oggetto del suo amore,
e traduceva l'attenzione, la terapia e i farmaci ricevuti in segni certi
del corteggiamento in atto da parte del medico.
«Sa — cominciò la
Gentili sedendosi — adesso non mi
ossessiona più come prima...».
Pancani si limitò a guardarla. Lei continuò
«Sì, cioè lo so che ero più io
che me l'immaginavo. Nel senso che Giorgio, mio marito, no, Giorgio, se
n'è andato perchè non ce la faceva più, capisco che sia difficile vivere
con una persona malata... perchè io ero malata, su questo non c'è
dubbio, ma adesso sento che le cose migliorano. Ho fatto come ha detto
lei, dottore — e il suo viso si aprì in un sorriso —
ho diminuito le pillole, adesso ne prendo una
sola e mi sento meglio, davvero».
Pancani annuì ancora. Aveva prescritto alla signora Gentili tre
pillole al giorno di risperidone, un neurolettico, affiancandolo poi con
la psicoterapia. In seguito aveva ridotto le pillole a due e da poche
settimane aveva autorizzato la signora Gentili a prenderne una sola. Nel
frattempo non si erano più verificati episodi psicotici, né visioni, né
voci persecutorie. E ora la paziente sorrideva, quasi civettuola.
«Dottore, le ho mai detto che è
un bell'uomo? Non arrossisca la prego — e il medico, che
all'inizio della frase era rimasto impassibile, tradì l'imbarazzo —
No, non si preoccupi, non voglio
corteggiarla, ci mancherebbe».
«Perchè dice così?»
sondò cautamente lo psichiatra, preparandosi a gestire gli slanci
della signora Gentili.
«E' che le sono grata
— continuò lei — per tutto
quello che ha fatto per me. Ho smesso di sentire le voci, riconosco le
cose reali, le persone. Lei ha avuto veramente molta pazienza con me...».
«Sono qui apposta»
si schermì Pancani per incoraggiarla a continuare.
«...se
non l'avesse avuta, non sarei nemmeno in grado di scendere le scale per
andare a fare la spesa. E non avrei potuto comprare una borsetta così.
Carina, no? — la donna la aprì —.
Sembra piccola ma dentro ci sta un sacco di
roba. Visto? Ci ho nascosto questo martello e l'ho dato in testa a
quella puttana che mi aveva portato via Giorgio. Neanche lei si
aspettava che lo tirassi fuori da una borsetta così elegante, e ho
continuato a sbatterglielo sulla zucca perchè capisse bene che non si
ruba il marito delle altre. Si è un po' sporcato di sangue ma l'ho
pulito nel lavandino della cucina. Lei è rimasta lì sul pavimento, in
mezzo a una gran macchia rossa, ma secondo me faceva solo scena, per
farsi compatire. Allora me ne sono andata senza salutare. Cosa dice,
dottore, ho fatto bene?». |