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Il racconto
Le strane vacanze

del signor Ranuzzi


di Marco Bettini

A ME IL MARE piace moltissimo. Specialmente il nostro, l’Adriatico. A parte l’acqua, il caldo, il sole, la sabbia e la folla, il resto è veramente fantastico. Quale resto?, direte voi. Che ne so? Io passo le vacanze chiuso tutto il giorno qui nel residence. La mattina porto mio figlio al corso di vela in questo Lido qualche cosa, uguale agli altri lidi qualche cos’altro. La sera alle sette vado a riprenderlo. Sulla strada del ritorno, godiamo entrambi delle quaranta zanzare a testa che ci hanno assegnato all’arrivo e che pasteggiano felici con il nostro sangue. Poi ci asserragliamo nel residence, sperando di arrivare alla mattina senza bisogno di una trasfusione. Mentre mio figlio è impegnato con la vela, io lavoricchio. Non sono qui solo per il piacere. Ho dei compiti da svolgere. A volte sono costretto a uscire. Di tanto in tanto, per esempio, devo fare la spesa. L’altro giorno ho comprato un sugo già pronto e un pezzo di spianata, quel pane salato e piatto che ogni provincia emiliana chiama in modo diverso: crescente, schiacciata, spianata, tutti a mettere la loro firma sul solito vecchio pezzo di pane. Comunque, quando mi hanno detto il prezzo quasi vacillavo: sette euro. Sarà stato che in mano avevo solo una piccola confezione di plastica e un cartoccino di pane, anzi, di spianata, ma sentivo lo sproposito tra la merce e il costo. In più, la negoziante mi ha dato due euro e mezzo di resto invece di tre. Le ho fatto notare gentilmente l’errore, e lei mi ha lanciato con assoluta scortesia un euro, prendendosene indietro mezzo. Come se la colpa del suo sbaglio fosse mia. La gente sta diventando cattiva, in fatto di soldi. Da quel momento la signora del panificio ha cominciato a starmi intensamente sulle palle. Così, la sera, ho lasciato mio figlio davanti alla tivù, sono sceso giù, ho aspettato che il negozio chiudesse e l’ho seguita. Abita a Comacchio, in una villetta isolata, subito fuori dal paese. Visti i prezzi, direi che almeno il campanello l’ha pagato con i miei soldi. Ho aspettato finché ho visto le luci spegnersi. Mentre tornavo nel residence, ho sviluppato un’idea. Di solito mi pagano per la puntualità e la precisione nella consegna, ma anche un po’ di creatività è bene accetta.

OGGI, in ascensore, ho incontrato il tipo dell’ultimo piano — sta proprio sopra di me — il signor Vartema. E’ riservato e formale. Ci siamo già incrociati tre volte e mi ha sempre salutato per primo, nonostante non mi conoscesse. Devo essergli piaciuto, perché quando ho risposto gentilmente — ci tengo a essere gentile — ha aggiunto un commento sul caldo e le zanzare. Qui sono argomenti forti, che vengono subito prima delle anguille. Capaci di cementare amicizie durature. Fatto sta che, proprio adesso, mi invita a prendere un caffè da lui. Non posso — gli dico — ho lasciato mio figlio da solo ed è già tardi. Magari domani sera — rilancio. Certamente — si accalora lui. Deve condurre una vita solitaria per pietire quattro chiacchiere con un estraneo. Lei — insiste Vartema — mi sembra il tipo che sa mantenere un segreto. Non lo so — ribatto — dipende dal segreto. Lui ride soddisfatto, come se avessi detto una cosa proprio intelligente. Mi aspetta domani sera, e si raccomanda di non parlarne con nessuno. Sicuro — rispondo — anche perché non so se ce la faccio. Se non mi dovesse vedere non si arrabbi. Vartema annuisce, paziente. Ha individuato qualcuno con cui confidarsi. Rientro nell’appartamento. Mio figlio si è appisolato davanti alla tivu. Lo metto a letto e vado a dormire. La mattina la routine si ripete. Sveglia, corso di vela, attesa, fuga dalle zanzare. Lascio mio figlio subito dopo cena, prendo una piccola borsa e seguo di nuovo la negoziante fino a Comacchio. Torno indietro presto, metto a letto il ragazzino, poi mi preparo. Salgo le scale con le scarpe da ginnastica e busso alla porta di Vartema. Una voce tremolante chiede chi è. Sono io — rispondo — Ranucci. Sono venuto per il caffè. Lui mi apre con un sorriso inappropriato alla circostanza. Gli punto in mezzo agli occhi la Glock, con l’innaturale prolunga del silenziatore, e premo il grilletto. Casca all’indietro con un tonfo. Chiudo la porta, torno di sotto, smonto pistola e silenziatore, metto i pezzi nella borsa e la sistemo in auto. Percorro pochi chilometri e lancio tutto nella prima palude. Poi rientro e mi ficco a letto. Il giorno dopo mi godo i titoli dei tigì mentre aspetto mio figlio: due omicidi inspiegabili, a Lido qualche cosa e Comacchio, compiuti probabilmente con la stessa pistola, ai danni di due persone che non si conoscevano neanche. Deve essere stato un pazzo. Oppure, dico io, un killer professionista che ha collegato in modo fittizio il suo vero bersaglio, un tizio anonimo che aveva fatto sparire i soldi di gente molto irritabile, a una negoziante dalla vita irreprensibile ma sostanzialmente un po’ stronza. Provate un po’ a risolvere il caso.