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dal quotidiano <Il Domani> dell'1 febbraio 2004, pagina 17

TRE INVESTIGATORI PER UN OMICIDO CHE SCUOTE LE COSCIENZE
Una città color sangue
Marco Bettini scava nelle viscere di Bologna


di Sabrina Camonchia

 «Il suo quartiere, una volta cuore rosso operaio della città, si era trasformato in un suk arabo. La quieta, tradizionale alternanza di case gialle e palazzi color mattone rendeva il contrasto ancora più acuto. Gli
immigrati avevano preso visibilmente possesso dell¹unico bene a loro disposizione: lo spazio all'aperto, in mezzo al dedalo di stradine intitolate ai pittori dell'età moderna». È Bologna, lo si capisce fin dalle
prime righe, fin da subito avvolgenti, del bel romanzo di Marco Bettini,
Color Sangue (Rizzoli). Un thriller con tutti i crismi, con tutti gli ingredienti dosati nella giusta misura che sarà presentato alla Linea (piazza Re Enzo) martedì prossimo, nell'ambito della rassegna "Un filo di
parole". Cesenate d'origine, bolognese per studi al Dams, dopo un periodo trascorso in Trentino, Bettini torna a Bologna. Una città che conosce bene e che, nel libro, descrive fin nelle sue budella. Una Bologna mai citata esplicitamente, ma immediatamente riconoscibile dalle torri, dai portici,
dall'inconfondibile ro sso che spicca dai muri delle case. C'è persino La Voce della libertà, «quotidiano anticomunista tenacemente fedele alla sua vocazione». La storia narrata, però, riguarda tutte le città italiane, quelle più grandi almeno: una vicenda fatta di immigrazione, tensioni e scontri razziali, di delinquenza, di paure e di insicurezze, più indotte che vere. Un ragazzo nordafricano, tossicodipendente, viene trovato «sventrato» in una grotta alla periferia della città. Sul caso indagano, in modo diverso, tre persone: il capitano dell'Arma Pietro Cau, il vicequestore della polizia, Paolo Mormino e il giornalista Marco Cambi. Tre attori destinati a incrociarsi nelle 340 pagine del libro.
Allora Bettini, parte integrante della vicenda, per non dire pretesto narrativo, sono i luoghi. Tre per tutti: la grotta artificiale in cui viene ritrovato il cadavere, l¹area del policlinico e la zona industriale dismessa.
«Sono luoghi veri della città, esistiti, ma non contemporaneamente. Mi spiego. Ho fatto una operazione cinematografica: ho ricostruito con spazi veri uno spazio artificiale, letterario, quei luoghi li faccio vivere
insieme».
 Luoghi descritti in maniera minuziosa, quasi maniacale. Si è documentato a lungo?
«Ci sono andato di persona, per scrivere ho bisogno di vederli. Un thriller riesce bene se porta dentro i luoghi che descrive il lettore».
E lei li conduce in luoghi sotterranei, nei bassifondi e nei meandri della società, come se fossero spazi rimossi. La nostra coscienza sporca, forse, che affiora?
«Il thriller è un mezzo che mi permette di raccontare la contemporaneità, uno strumento per visitare luoghi che, di norma, nessuno di noi vuole vedere. Un'occasione per addentrarsi in quei luoghi 'dietro l'angolo', da cui tutti stiamo lontano».
 Una città alta e una bassa, insomma.
«Una metafora dell'oggi, direi. Il libro parla del nostro rapporto con la paura che ha declinazioni diverse: una volta è l'immigrato, il diverso, la malattia, il crimine. La paura che qualcosa dall'esterno irrompa nelle nostre vite e mandi in frantumi i nostri equilibri».
Un ragionamento che vale non solo per Bologna.
«Bologna è soltanto lo specchio di tanta provincia italiana. Ovunque regna questo senso di insicurezza, un atteggiamento collettivo che porta a criminalizzare il diverso. Qui ad esempio è successa una vicenda che segnato la storia d'Italia. Tutti pronti a indicare gli immigrati come delinquenti, poi si è scoperto che una banda di 'romagnolissimi', appartenenti alle forze dell'ordine, ha ammazzato in lungo e largo. Un bel processo di rimozione, insomma».
Qualche maestro per "Color Sangue"?
«Mi sono ispirato, fra gli altri, ai romanzi d'appendice ottocenteschi. Soprattutto ai Miserabili di Victor Hugo e ai Misteri di Parigi di Eugène Sue. Ma non si può rivelare tutto».